Il ruolo dei traumi giovanili e della razza su paura e aggressività nei cani

In psicologia umana è  riconosciuta l’influenza di traumi in età pediatrica su insorgenza di ansia, depressione e comportamenti antisociali. Studi su animali da laboratorio (ratti, primati) hanno rilevato correlazioni simili.

Un recente studio* ha indagato come le esperienze avverse nei primi mesi di vita siano associate a comportamenti aggressivi e comportamenti indicatori di paura in cani domestici adulti, secondo quanto percepito dai proprietari. È stata anche studiata la possibile influenza della razza/tipologia.

Le “early life adversity” e i metodi dello studio


Tra le “avversità precoci” gli studiosi hanno inserito:

  • punizioni fisiche e correzioni, come rigirare il cane sulla schiena (alpha-roll), prendere la bocca del cane e tenerla chiusa;
  • separazione o mancanza della madre;
  • abusi fisici, ad esempio percosse, calci;
  • essere attaccato da un cane o da altri animali;
  • essere stato spaventato intensamente da una persona o da situazioni che coinvolgevano persone;
  • aver avuto gravi ferite fisiche o aver percepito la minaccia di un grave danno fisico, come essere stato investito, ustionato o rischio di annegamento;
  • essere stato a catena per tempi lunghi.
Soggetti del campione

Il campione dello studio era costituito da 4497 cani, appartenenti a varie razze e meticci, sia provenienti da allevamenti sia da canili, associazioni, cucciolate casalinghe e altre provenienze.

Metodi di indagine

Il metodo di indagine si è basato sulla somministrazione ai proprietari di un questionario volto a raccogliere informazioni circa i dati anagrafici del cane, e circa la storia, comprese le “early life adversity”, in termini di presenza o assenza delle diverse tipologie di trauma. Un questionario specifico è stato poi utilizzato per analizzare il quadro comportamentale del cane.

Il questionario C-BARQ

Quest’ultimo aspetto è stato indagato attraverso la somministrazione ai proprietari del Canine Behavior Research Questionnaire o C-BARQ. Esso è uno strumento validato per descrivere e quantificare il comportamento dei cani e la tendenza a manifestare determinati comportamenti. In particolare, sono state considerate le domande e le risposte relative ai comportamenti di aggressione
e i comportamenti indicatori di paura.

L’influenza della razza

Inoltre, per testare l’ereditarietà dei comportamenti, i cani sono stati divisi in razze e “gruppi di razze” (cladi filogenetici, cioè gruppi di razze con parentela comune).

Analisi dei dati

Attraverso l’analisi statistica sono stati messi in correlazione i fattori: avversità – comportamento – razza.
Inoltre, sono stati confrontati i comportamenti dei cani che avevano vissuto traumi nei primi 6 mesi di vita con i cani che avevano affrontato le avversità in età superiore ai 6 mesi.


Principali risultati


Correlazione tra avversità precoci e comportamento

I cani che hanno sperimentato avversità in età giovanile hanno mostrato livelli significativamente più elevati di comportamenti aggressivi.
Risultati simili sono emersi per i comportamenti indicatori di paura: i cani che hanno sperimentato avversità nei primi mesi di vita hanno mostrato livelli significativamente più elevati di paura rispetto ai cani senza avversità nell’infanzia.

Associazione tra età dei traumi e paura e aggressività

I cani che hanno affrontato avversità prima dei sei mesi di vita sono stati descritti come significativamente più aggressivi rispetto ai cani che avevano vissuto traumi dopo i sei mesi di età.

Inoltre, i cani che avevano sperimentato un maggior numero di tipologie di eventi avversi erano percepiti dai proprietari come più aggressivi. Un trend analogo è stato rilevato per i comportamenti di paura.

Ruolo della razza

Per alcune razze si sono evidenziati livelli di paura e aggressività significativamente differenti tra i individui che avevano sperimentato traumi ed individui che non li avevano sperimentati.
Negli Airedale terrier (clade Terrier), negli American Eskimo Dogs (clade Nordic Spitz) e nei Golden Retriever (clade Retriever) è stata rilevata una forte associazione tra avversità e aumento della paura. Nei Corgi (clade UK rural), negli American Leopard Hounds (clade non definito) e nei Labrador Retriever (clade Retriever) le differenze tra soggetti con e senza avversità erano non lontane dal limite di significatività statistica.

Per quanto riguarda i comportamenti aggressivi, nelle razze American Leopard Hounds, American Eskimo Dog e Siberian Husky (clade Asian Spitz) sono stati trovati livelli maggiori di comportamenti aggressivi nei soggetti che avevano avuto traumi. Nei Golden e Labrador Retriever non c’erano invece differenze significative tra soggetti con e senza avversità.

Per alcune razze è apparsa una tendenza ad avere minori livelli di paura e aggressività nei soggetti che avevano vissuto eventi avversi, ma in nessun caso si è raggiunta la significatività statistica.


Discussione dei risultati secondo gli autori dello studio


Impatto delle avversità precoci sul comportamento

I cani che hanno vissuto un numero maggiore di esperienze negative e coloro che le hanno affrontate nei primi sei mesi di vita mostrano livelli più alti di paura e aggressività rispetto a quelli senza tali esperienze o che le hanno avute più tardi. Questo è in linea con le evidenze relative alla specie umana e ad altre specie animali.

Differenze o meno tra razze

Per alcune razze, le differenze sono evidenti: alcune, come quelle allevate per la guardia del bestiame o la caccia, sembrano più vulnerabili agli effetti delle avversità precoci, mentre altre risultano più resilienti. Inoltre, alcune razze mostrano un impatto significativo delle avversità sull’aggressività, ma non sulla paura, e viceversa. Ciò suggerisce che alcune razze potrebbero avere una soglia più bassa per lo sviluppo di comportamenti problematici di un particolare tipo, o che esista una componente di rischio ereditaria che aumenta la suscettibilità agli stress.

È interessante notare che alcune razze hanno mostrato un andamento inverso, con l’esposizione alle avversità nella prima infanzia associata a livelli inferiori di paura e aggressività. Viene sottolineato comunque che nessuno di questi casi era statisticamente significativo e che le razze interessate erano rappresentate da un piccolo campione e con stime di errore elevate. Un dato simile è stato osservato in altre specie esposte a stress nella prima infanzia, e ci sono ipotesi sul ruolo adattivo che lo stress può avere nel rafforzare la resilienza e preparare alcuni individui ad affrontare le sfide nella vita successiva.

Altri fattori analizzati

Seppur in questa ricerca si sia evidenziato che i fattori maggiormente impattanti sul comportamento siano le avversità precoci e l’età in cui sono state sperimentate, anche altri fattori sembrano influenzare il comportamento. Tra questi, fattori biologici e individuali come età, sesso, taglia, e fattori ambientali. Un fattore ambientale significativo è risultato essere “vivere con bambini”. Ciò
è coerente con studi precedenti che esaminano le tendenze a mostrare comportamenti aggressivi verso persone, poiché i bambini sono spesso bersaglio di aggressioni. Hanno meno probabilità di interpretare e rispondere correttamente al comportamento dei cani e, quando convivono con loro,
aumentano le possibilità di interazioni inappropriate o non supervisionate che possono aumentare il rischio. Un altro motivo per cui i cani che convivono con i bambini possono ottenere punteggi più alti è che i genitori potrebbero avere maggior preoccupazione per le interazioni che coinvolgono i loro figli.

Limiti dello studio

Gli autori individuano alcuni limiti nella propria ricerca. Tra questi il principale e l’aver raccolto dati attraverso ciò che hanno dichiarato i proprietari, senza quindi controllo sulla veridicità delle risposte e sulla interpretazione delle domande. Questo approccio si è reso necessario dato che non esistono registri o banche dati relativi alla storia dei cani, ed è stato funzionale alla raccolta di un gran numero di dati. I ricercatori, inoltre, hanno analizzato solo le risposte di proprietari che erano certi di poter affermare che i propri cani avevano vissuto o meno eventi avversi. D’altro canto, è possibile che la capacità dei proprietari di osservare e descrivere il comportamento dei propri cani non siano alte e siano molto differenti da persona a persona.

L’importanza dei risultati dello studio

Differentemente da altre ricerche, effettuate su cani da lavoro e considerando eventi avversi “estremi”, questo studio ha indagato l’effetto di diverse tipologie di traumi su cani di famiglia.
Inoltre, ha analizzato l’effetto a seconda dell’età. In generale, i risultati indicano che le esperienze negative precoci possono avere effetti comportamentali duraturi e che esistono interazioni tra geni e ambiente che influenzano la tendenza a comportamenti aggressivi e/o indicatori di paura.

Anche altri fattori, biologici ed ambientali, possono influenzare il comportamento.
I risultati aprono nuove prospettive di ricerca per studiare i meccanismi genetici, fisiologici e neurologici alla base degli effetti osservati, con l’obiettivo di migliorare la diagnosi, il trattamento e la prevenzione dei problemi di paura e aggressività nei cani. Studi futuri potrebbero individuare varianti genetiche associate a questi comportamenti, orientando pratiche di allevamento più attente
al temperamento e sviluppando strategie di riabilitazione mirate per i cani che hanno vissuto esperienze avverse precoci. Inoltre, tali conoscenze potrebbero aiutare nelle decisioni di adozione, abbinando cani a rischio con proprietari esperti in ambienti adeguati. I risultati circa gli effetti negativi delle esperienze avverse sul benessere psicologico dei cani sono sovrapponibili a quelli trovati per gli esseri umani e altre specie.

Ulteriori considerazioni

Ritengo che questo studio sia molto importante ed innovativo, sia sul piano teorico-sperimentale che sul piano pratico. In particolare, è significativo che siano state prese in considerazione, tra le “avversità precoci”, situazioni spesso invece sottovalutate nel loro impatto sulla psiche e sul profilo comportamentale, come utilizzo di coercizione nell’addestramento, essere stato separato precocemente dalla madre o essere stato a catena.
Per chi lavora nell’ambito della medicina comportamentale, dell’educazione della cittadinanza e dell’educazione e istruzione cinofila, queste evidenze sostengono positivamente gli approcci e i metodi che già rifiutano il maltrattamento e la coercizione in tutte le sue forme.
Questi risultati non sono utili solo per indirizzare i criteri di allevamento o il trattamento di cani che hanno vissuto traumi, ma possono essere di supporto per “condannare” con forza pratiche violente nell’addestramento e nella gestione dei cani, sia da parte dei proprietari che da parte di professionisti.

In questo studio le diverse tipologie di avversità (la loro presenza o assenza) sono state analizzate in modo cumulativo. Sarebbe interessante verificare se e come eventi avversi di tipo diverso abbiano un impatto differente sui comportamenti dei cani.
Gli autori dello studio, in alcuni passaggi del paper, evidenziano che, per alcune razze, sembra esserci un trend differente dalle altre, cioè l’aver vissuto eventi avversi appare legato a minori livelli di paura e aggressività. Gli autori sottolineano anche che i risultati relativi a queste razze non raggiungono la significatività statistica e che i dati sono scarsi e con un probabile ampio margine di errore. Ritengo che, seppur ci possano essere evidenze del ruolo adattativo dello stress sulla resilienza, sia necessario porre molta attenzione a generalizzare considerazioni di questo tipo. Se in generale le avversità precoci sono riconosciute come fattori negativi, infatti, non sarebbe etico “provare” a sottoporre i cani ad esperienze potenzialmente traumatiche.
Inoltre, sarebbe teoricamente utile – ma molto rischioso e non facilmente attuabile – comprendere quali tipologie di stress e a quali livelli potrebbero risultare “formative” e non dannose.

Infine, voglio sottolineare che sono stati analizzati i comportamenti manifestati e misurabili, ma alla base di un comportamento vi sono sempre emozioni, possibili difficoltà emotive, stati di sofferenza psicologica, che devono essere compresi, valutati e rispettati.

I traumi impattano profondamente sul benessere psico-fisico degli animali.

Ruolo dei Medici Veterinari

Come professionisti che si occupano della salute animale (e dell’uomo), i Medici Veterinari tutti hanno il compito di educare i proprietari ad un approccio corretto verso il proprio cane. Devono consigliare metodi di gestione, comunicazione ed educazione che escludano potenziali cause di trauma psico-fisico, e orientare i proprietari nella scelta delle figure professionali più idonee alle quali rivolgersi.

*Espinosa et al., 2025. Influence of early life adversity and breed on aggression and fear in dogs. Scientific Reports 15:32590

Articolo della dr.ssa Eva Ricci

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